“Biodiversità iconografica”: un percorso didattico al Museo della Cattedrale di Ferrara

 

Arte e scienza possono dialogare? Sono entità contrapposte e distanti o facce di una stessa medaglia, utili per conoscere il mondo in tutte le sue sfaccettature? Queste domande sono state il punto di partenza della ricerca che ho condotto in occasione della stesura della mia Tesi Magistrale in Didattica delle Arti Visive. Desideravo avanzare una proposta metodologica che, tenendo insieme argomenti di stampo scientifico e artistico, fosse in grado di dare una risposta ai miei interrogativi iniziali. Volevo soffermarmi, in particolare, sullo studio del patrimonio artistico di Ferrara, mia città natale e così, dopo aver visitato alcune realtà museali locali alla ricerca di un’intuizione, di un appiglio stimolante per dare il via alla mia ricerca, al Museo della Cattedrale (Fig. 1) ho visualizzato un possibile percorso, un caso studio utile per indagare determinati temi attraverso un metodo applicabile, eventualmente, anche ad altri contesti. In particolare, partendo dall’indagine di alcune opere conservate presso il Museo della Cattedrale ferrarese, luogo pregno di storia e scrigno di numerosi capolavori, ho voluto affrontare il tema sempre più attuale e urgente della tutela della biodiversità.

Fig. 1 – Il Museo della Cattedrale, Ferrara

Alla base di tale proposito vi è la convinzione che il museo, ai giorni nostri, non possa più essere pensato come uno spazio “neutrale” dedito alla divulgazione tradizionale, prettamente attinente alle collezioni, ma debba assumere un mandato più ampio, trattando temi di carattere etico, politico, sociale e culturale, facendosi così portavoce dell’attualità[1].

In quest’ottica, è auspicabile che gli enti museali prendano sempre più consapevolezza degli obiettivi dell’Agenda 2030[2], un programma d’azione redatto dalle Nazioni Unite con lo scopo di incentivare stili di vita sostenibili per far fronte ai problemi globali che affliggono la società. Cambiare il proprio modo di pensare e di agire diventa necessario per poter vivere in un mondo più equo, sostenibile e inclusivo e, in questo senso, le istituzioni museali possono contribuire a formare cittadini consapevoli, futuri protagonisti del cambiamento.

All’interno del programma, negli obiettivi 14 e 15 (vita sott’acqua e sulla terra)[3], si sottolinea l’urgenza di introdurre misure severe per preservare la diversità biologica faunistica e floristica planetaria, sempre più minacciata dai cambiamenti climatici, dalla pesca, dall’allevamento e dall’agricoltura intensivi, dall’alterazione e frammentazione degli habitat, dai fenomeni di desertificazione, deforestazione e inquinamento, dall’introduzione di animali e piante invasive aliene, tutti fattori che hanno già causato l’estinzione di diverse specie e messo a dura prova molte altre.
L’importanza e l’urgenza di soffermarsi a riflettere su questo tema è sicuramente evidente. Nel mio contributo ho deciso di farlo avvalendomi degli strumenti della storia dell’arte: la dimensione storico artistica è in grado di fornire al discorso scientifico una profondità temporale e testimonianze figurative relative al rapporto uomo-ambiente, evidenziandone così la longevità e la necessità di preservarlo. Rappresentare la natura e l’ambiente circostante è infatti un’attività antica quanto l’uomo: l’onnipresenza di elementi vegetali e animali nei più disparati ambiti della vita ha fatto sì che questi ultimi diventassero interlocutori privilegiati dell’individuo anche in ambito figurativo.

Tale aspetto è di per sé molto significativo poiché dimostra quanto l’arte ci può raccontare il modo in cui ci relazioniamo agli elementi del mondo naturale con il mutare del contesto e del pensiero dominante.

La ricorrenza di soggetti animali e vegetali è sicuramente evidente al Museo della Cattedrale di Ferrara, luogo in cui, non di rado, questi ultimi fanno capolino in sculture, dipinti, lastre lapidee, arazzi, paramenti sacri e codici miniati, testimonianze figurative di quello che, nel corso dei secoli, è stato un florido crocevia di artisti e stili originali.
Tra la moltitudine di specie raffigurate, ho deciso di prendere in esame, a titolo esemplificativo, due specie animali, la capra e la colomba, e due specie vegetali, la pera e la melagrana, casi studio, a mio avviso, significativi ed esplicativi del metodo interdisciplinare proposto.

La capra

Nel 2017 numerosi ricercatori provenienti da tutto il mondo hanno preso parte ad un convegno internazionale, svoltosi a San Diego (USA), dedicato allo studio della biodiversità genetica mondiale della capra domestica[4]. In particolare, applicando le moderne tecniche di sequenziamento genomico al DNA antico ricavato da reperti archeologici, è stato possibile indagare la biodiversità della specie dal passato fino ai giorni nostri.  Dai dati ricavati da circa duecentocinquanta genomi di capre domestiche e delle loro antenate selvatiche, sono state tratte importanti conclusioni riguardo ai vantaggi che la tutela della ricchezza del patrimonio genetico può apportare nel campo dell’allevamento. Si è visto infatti che in passato, in fase di selezione, le capre selvatiche sono state in grado di trasmettere agli esemplari addomesticati geni vantaggiosi che ne hanno garantito la sopravvivenza. Tale studio ha delle ricadute significative sul presente poiché evidenzia l’importanza di prestare attenzione anche alla biodiversità delle specie selvatiche attuali, da tutelare come eventuale risorsa per il futuro degli animali domestici in quanto, ciò che milioni d’anni fa è avvenuto tramite selezione naturale, ai giorni nostri può verificarsi mediante ibridazioni indotte al fine di trasmettere geni particolarmente vantaggiosi.
Le energie e le risorse impiegate per condurre questo tipo di ricerca sono indicative di quanto, nonostante il passare dei secoli e il mutamento delle tecniche (sempre più sofisticate), garantire l’attività dell’allevamento sia, ancora oggi, un bisogno costante per la collettività. «La capra domestica (capra ircus), uno dei più antichi animali allevati dall’uomo, […] è da sempre in grado di produrre beni utili al sostentamento»[5] ed è interessante sottolineare quanto questo aspetto pragmatico secolare ne abbia plasmato anche la simbologia e l’iconografia.

Fig. 2 – Maestro dei Mesi, Fanciullo allattato da una capra (Capricorno), Museo della Cattedrale, Ferrara, MC049

Presente fino dai tempi remoti in svariate culture, la capra è un animale che spesso ha assunto connotati positivi proprio in quanto fonte di nutrimento ed è proprio per questo che prosperità e fecondità sono diventati due aspetti frequentemente associati all’animale. Tale aspetto può essere rintracciato nel realistico esemplare caprino che compare nella formella (Fig. 2) del Fanciullo allattato da una capra (1225-1230)[6], opera del Maestro dei Mesi di Ferrara facente parte della serie dei Segni Zodiacali destinata in origine a una delle porte del Duomo, la Porta dei Pellegrini, e oggi conservata al Museo della Cattedrale. Buona parte della critica ha letto tale scena come una rappresentazione del Capricorno, entità irreale che, in tale contesto, viene suggerita con «un soggetto quotidiano di cui l’animale è protagonista»[7] mentre altri studiosi vi hanno riconosciuto «il mitologico episodio di Giove allattato dalla capra Amaltea»[8].

Al di là di quale sia l’interpretazione più appropriata, la raffigurazione dell’allattamento sicuramente veicola la simbologia[9] frequentemente attribuita all’animale legata, per l’appunto, alla sfera della prosperità e dell’abbondanza.

Il corno stesso, elemento caratteristico di questo esemplare, ha connaturata in sé l’idea di prosperità: secondo il mito, la cornucopia, simbolo per antonomasia di ricchezza e abbondanza, sarebbe stata creata dal corno spezzato della capra Amaltea, in seguito riempito di frutti, erbe e fiori. Nella mitologia nordica, inoltre, proprio due capre trainano il carro di Thor, dio del fulmine e della fertilità.
Anche i popoli barbarici, nell’Alto Medioevo, attribuiscono alla capra un’accezione ampiamente positiva: con il ritorno a un’economia pastorale, che vede un progressivo aumento del territorio adibito al pascolo, l’animale viene valorizzato e raffigurato in numerose opere romaniche e gotiche. Compiendo un salto temporale per arrivare a tempi più recenti, è interessante evidenziare quanto la simbologia positiva connessa all’animale abbia trovato un terreno fertile anche nel folclore di diversi popoli. Nella cultura scandinava troviamo, ad esempio, la “capra di Yule” che, secondo una credenza diffusa, un tempo assumeva le veci di Babbo Natale mentre oggi mantiene viva la sua tradizione nella versione di paglia o di pezza, impiegata nelle decorazioni delle città o regalata come gesto di buon augurio. Spostandosi nelle nostre campagne, infine, può capitare di trovare corna o teschi di capra affissi all’ingresso delle stalle, usanza diffusa come auspicio per la buona riuscita dell’attività.

La colomba

Al giorno d’oggi conosciamo fin troppo bene i piccioni urbani poiché ormai diffusissimi nei centri abitati data la loro notevole capacità di adattamento. È interessante evidenziare come, in questo caso, la biodiversità diventi un aspetto da monitorare in quanto, la diffusione inarrestabile di tali popolazioni di uccelli, può costituire una minaccia su più fronti: compromettono la salvaguardia di edifici e monumenti, veicolano malattie pericolose tanto per la salute dell’uomo quanto per quella animale, sono nocivi per i raccolti e anche per l’ecosistema poiché mettono notevolmente a rischio la biodiversità delle specie endemiche. È dunque fondamentale tenere presente che il fenomeno di standardizzazione della specie è sempre in agguato ed è necessario contrastarlo impegnandosi a contenere la diffusione inarrestabile di tale specie invasiva. Se ci si sofferma ad analizzare la natura biologico-naturalistica[10] del piccione, emerge dunque un’immagine dai connotati piuttosto negativi ed è interessante metterla a confronto con quella diametralmente opposta che si può ricavare indagando il volatile da un punto di vista simbolico-figurativo.

Il “piccione” (o “colombo”), infatti, altro non è che la più nota “colomba”, candido esemplare che, non di rado, ritroviamo a volteggiare all’interno di opere figurative di vario genere e datazione.

Sia la colomba che il piccione derivano, infatti, dalla stessa specie, la Columba livia, con la differenza che, grazie alla natura o alla mano dell’uomo, la colomba ha assunto il tipico colore bianco del piumaggio e, proprio per tale caratteristica, ha avuto la meglio sul piano simbolico assumendo valenze prettamente positive. Si può annoverare sicuramente questo volatile, infatti, tra gli animali che hanno stimolato maggiormente l’immaginario simbolico dei popoli sin dall’antichità.
Al Museo della Cattedrale, la colomba compare nell’Annunciazione[11] dipinta nel 1469 da Cosmè Tura, indiscusso maestro dell’Officina ferrarese (Fig. 3). Nei pannelli interni delle ante d’organo lignee realizzate per proteggere lo strumento destinato alla Cattedrale, un esemplare affianca l’orecchio di Maria. Si tratta di un chiaro rimando all’iconografia della conceptio per aurem (fecondazione auricolare)[12], espressione con la quale si indica il pensiero secondo il quale la verginità della Madonna troverebbe spiegazione nella fecondazione attuata tramite la penetrazione nell’orecchio della Annunciata del Verbo del Signore, quest’ultimo tradizionalmente simboleggiato, come si vedrà meglio in seguito, proprio da una colomba. Essa è dunque immagine di Dio, ma non solo: nel corso dei secoli il suo caratteristico candore la porta, come si è detto, ad assumere valenze prettamente positive. Infatti, di frequente, viene associata al divino, alla purezza, alla semplicità, all’innocenza e alla pace, nonostante la sua indole naturale sia tutt’altro che docile e mansueta.

Fig. 3 – Cosmè Tura, Angelo annunciante, Museo della Cattedrale, Ferrara, MC053

Già a partire dall’età arcaica, la colomba si lega alla sfera del divino poiché sacra alla divinità primordiale della Grande Madre e, successivamente, la si ritrova nella mitologia greco-romana come attributo distintivo della dea dell’amore Afrodite/Venere[13].

Con l’avvento del cristianesimo, non di rado, il volatile assume le vesti di figura cristica[14] – si pensi, ad esempio, all’iconografia cristiano-bizantina dell’etimasìa, “l’apprestamento (al trono)” – oppure diviene immagine per antonomasia dello Spirito Santo.

Quest’ultimo simbolismo affonda le sue radici nel passo del Vangelo secondo Matteo[15] in cui si racconta di come Dio, durante il battesimo di Gesù, discese sul figlio nelle sembianze di una colomba ed è per questo che, in ambito figurativo, tale associazione viene riproposta in molteplici iconografie sacre: il Battesimo di Cristo in primis e, per analogia, l’Annunciazione, la Pentecoste e la rappresentazione della Santissima Trinità[16]. Rimanendo nella sfera sacra, non si possono tralasciare i forti legami che la colomba instaura anche con il papato[17], tanto da arrivare a simboleggiare la Chiesa per la sua semplicità e purezza, contrapponendosi a un altro volatile, l’aquila, secolare immagine del potere imperiale.

Per concludere, è interessante sottolineare la persistenza, nella nostra cultura simbolica e figurativa, del legame dell’animale con l’idea di pace. Già a partire dal noto episodio della Genesi[18] la colomba, liberata dall’arca di Noè affinché potesse scoprire le condizioni del mondo dopo il Diluvio, rientrando con un ramoscello d’ulivo stretto nel becco, diventa vero e proprio simbolo universale di pace, sancendo, nel racconto biblico, la riappacificazione tra il Signore e l’uomo. Facendo un notevole salto temporale in avanti, si può ricordare un episodio del XX secolo che dimostra come l’idea di pace sia rimasta, nel corso del tempo, connaturata a questo volatile: nel 1949 Pablo Picasso, alla richiesta da parte del partito comunista francese di realizzare un manifesto per il primo congresso internazionale per la pace universale, risponderà presentando proprio l’incisione di una colomba, alla quale seguiranno altre numerose versioni dello stesso soggetto[19].

La melagrana

Sulle nostre tavole, è facile trovare la melagrana, frutto che vanta una lunga tradizione e che oggi è considerato come un “superalimento”. Ricco di acqua, zuccheri, vitamina A e C, potassio e sostanze polifenoliche, a questo frutto viene attribuito, infatti, un ruolo importante nella prevenzione e nel trattamento di diverse malattie date le sue proprietà antiossidanti, antinfiammatorie, antimicrobiche e antidiabetiche[20]. Nel campo della nutraceutica[21] la melagrana, costituendo un’essenziale risorsa di principi attivi, è un esempio lampante di quanto sia importante preservare la biodiversità e, con essa, la molteplicità e la varietà di sostanze che la natura può fornire all’uomo. Se si considera, ad esempio, che almeno metà dei farmaci in circolazione sono ricavati, in modo diretto o indiretto, da flora o fauna, è evidente quanto la biodiversità sia una ricchezza dal valore inestimabile – non solo in campo farmaceutico ma anche in campo nutrizionale e medico – poiché capace di garantire diversificati principi attivi, essenziali per il benessere e la salute umana.
Facendo un salto nel passato, è interessante sottolineare come questa idea di ricchezza e prosperità associata al nostro “superalimento” non sia assolutamente nuova ma abbia alle spalle secoli di storia figurativa e simbolica.  Il frutto dai chicchi succosi, infatti, ha assunto, nel tempo e nello spazio, numerosi significati simbolici in cui è facile rintracciare una sorta di denominatore comune che rimanda, per l’appunto, alla sfera dell’abbondanza e della fecondità.

Fig. 4 – Jacopo della Quercia, La Madonna della melagrana, Museo della Cattedrale, Ferrara, MC036

Proprio al Museo della Cattedrale se ne può osservare una splendida raffigurazione scolpita nel marmo da Jacopo della Quercia (Fig. 4). Mi riferisco alla melagrana stretta delicatamente nella mano della Vergine nell’opera Madonna della melagrana (1403-1406)[22], capolavoro del noto artista senese realizzato per la cappella del Duomo dedicata a Virgilio Silvestri, camerlengo del duca estense Niccolò III. La melagrana, tuttavia, fa la sua comparsa nel mondo della raffigurazione molto prima: in età arcaica è attributo della Grande Madre, divinità primordiale responsabile dell’eterno ciclo di nascita-vita-morte e, in seguito, nella tradizione greco-romana, diviene il frutto simbolo delle divinità connesse a tale archetipo, quali la dea del matrimonio Era/Giunone e la dea dell’amore Afrodite/Venere[23].

Non è dunque un caso che un’usanza dell’antica Roma prevedesse che le novelle spose venissero incoronate proprio con rametti di melograno, augurio per una lieta maternità[24]. La melagrana, dunque, sin dai tempi remoti, trasmette significati connessi alla fertilità e, più in generale, alla rigenerazione della natura e del cosmo.

A questo proposito è significativo che nella mitologia sia diventata anche attributo caratteristico di Persefone/Proserpina[25], giovane rapita dal dio ctonio e costretta, proprio a causa dell’ingerimento di un chicco del frutto, a trascorrere metà dell’anno nel mondo infernale. Responsabile dell’alternanza delle stagioni, la fanciulla si lega chiaramente all’archetipo della Dea Madre e al ciclo di morte e rinascita di cui, come si è visto, quest’ultima è simbolo. I riferimenti a tale pianta non mancano, inoltre, nelle Sacre Scritture, a partire dal passo del Deuteronomio[26] in cui viene annoverata tra i prodotti che crescono rigogliosi nella Terra Promessa, comparendo così, ancora una volta, in un contesto di fecondità e abbondanza. Come dimostrano altri passi biblici[27] la melagrana può significare anche “benedizione divina” – si pensi, ad esempio, alle «melagrane di porpora viola, di porpora rossa e di scarlatto»[28] fatte ricamare per volere di Dio sull’efod [29] di Aronne, primo sommo sacerdote del popolo ebraico- oppure può trasmettere anche il significato di “regalità”, suggerito dalla sua tipica “coroncina”, come si evince dall’episodio in cui il re d’Israele Salomone ordina di scolpire melagrane sui capitelli delle colonne del suo regale palazzo.

Fig. 5 – Jacopo della Quercia, La Madonna della melagrana (part.), Museo della Cattedrale, Ferrara, MC036

La melagrana è un elemento che, non di rado, compare nelle rappresentazioni della Madonna con Bambino. La sua particolare conformazione, ossia la dura scorza esterna che avvolge la polpa fatta di numerosi chicchi (Fig. 5), si presta a simboleggiare innanzitutto la Chiesa, entità capace di tenere uniti, grazie alla forza della fede, popoli appartenenti a culture e tradizioni diverse tra loro[30]. Inoltre, il suo colore vermiglio rimanda alla futura Passione di Cristo mentre la pienezza del frutto può essere intesa come immagine di Gesù che dona agli uomini “chicchi di salvezza” con il suo amore misericordioso «apportatore di fecondità spirituale»[31].
Infine, compiendo un salto temporale sino al pieno Novecento, si evince che il tradizionale simbolismo legato alla melagrana rimane sempre intatto: nell’opera del surrealista Salvador Dalì Sogno causato dal volo di un’ape attorno ad una melagrana (1944)[32], la pianta è ancora una volta chiaro simbolo di fertilità: «la rigogliosa melagrana che in lontananza getta il proprio seme nel mare sottostante»[33] diviene immagine, secondo quanto detto da Dalì stesso, di un «atto di “biologia creativa”»[34].

La pera

In questo momento storico, nel campo della frutticoltura, è di fondamentale importanza garantire ‘agrobiodiversità’[35] investendo in prodotti locali e genuini capaci di contrastare il dilagare incessante delle colture industriali standardizzate, dominate dalle logiche di mercato. In quest’ottica, si stanno riscoprendo e valorizzando sempre di più gli autentici sapori dei “frutti antichi”[36], simboli delle tradizioni locali che, per generazioni, si sono dimostrati capaci di resistere a parassiti e climi sfavorevoli. Sono frutti antichi, ad esempio, le pere IGP dell’Emilia Romagna: Abate Fetel, Decana del Comizio, Conference, Kaiser, William, Max Red Bartlett o William rossa. Apprezzatissime anche all’estero e, recentemente, oggetto di un lancio pubblicitario volto a sottolinearne la tipicità al fine di potenziarne il consumo, sono un chiaro esempio di ‘agrobiodiversità’. Le aziende emiliano-romagnole dunque, seguendo una tendenza sempre più diffusa, hanno deciso di investire non tanto in un tipo di coltura specializzata e intensiva ma in prodotti qualificati della tradizione, capaci di contrastare la perdita di variabilità genetica.

Fig. 6 – Maestro dei Mesi, Raccolta della frutta (Gemello che si arrampica sul pero) e Cancro, Museo della Cattedrale, Ferrara, MC048

La pera è un prodotto tipico della tradizione e dell’economia emiliano – romagnola da tempi più remoti, come testimonia anche un’opera conservata al Museo della Cattedrale, Raccolta della frutta (Gemello che si arrampica sul pero) e Cancro[37], una formella scolpita dal Maestro dei Mesi per la serie dei Segni dello Zodiaco (1225-1230) (Fig. 6). Vi è rappresentata una scena quotidiana di vita dei campi che vede un fanciullo intento ad arrampicarsi sopra un albero ricolmo di pere, chiaro rimando allo specifico contesto ortofrutticolo. L’artista è stato in grado, attraverso il suo peculiare stile caratterizzato da un accentuato naturalismo plastico, di attribuire un senso di realtà al concetto astratto connaturato al segno zodiacale dei Gemelli, sfruttando l’«effetto chiaroscurale di naturalistica verità»[38] dato dall’«alterno disporsi del fogliame»[39]. Sempre al Museo della Cattedrale si possono osservare altre raffigurazioni del frutto di nostro interesse, a riprova di quanto quest’ultimo occupasse un ruolo non indifferente nella quotidianità e nel pensiero dell’uomo tardomedievale e rinascimentale ferrarese.

Fig. 7 – Cosmè Tura, San Giorgio uccide il drago (part.), Museo della Cattedrale, Ferrara, MC056

I festoni che pendono sui protagonisti dell’Annunciazione (1469)[40] del Tura (Fig. 7), ad esempio, sono ricolmi di pere, qui rappresenti con un valore tanto decorativo quanto simbolico (alluderebbero, infatti, all’Incarnazione di Cristo). Inoltre, nelle bordure decorative degli arazzi[41] realizzati dal fiammingo Johannes Karcher su disegno di Luca d’Olanda e dedicati ai santi patroni di Ferrara, San Maurelio e San Giorgio, fa capolino proprio la pera, assieme ad altre varietà di frutta, animali, creature fantastiche e putti alati.
Volgendo lo sguardo al di fuori del Museo ferrarese, la ricorrenza della raffigurazione della pera rimane una costante: in ambito figurativo[42] è stata impiegata, nel corso dei secoli, in molteplici contesti. La ritroviamo come attributo di numerose divinità femminili greco-romane data la sua forma uterina o nell’iconografia della Madonna con Bambino in quanto simbolo di tenerezza materna. Infine, viene spesso impiegata in suggestive nature morte oppure in contesti ornamentali.
Tuttavia, in questo contributo, indagando testimonianze figurative e letterarie, voglio soffermarmi su una particolarità di tale frutto, ossia sulla sua varietà e moltitudine, indice di ‘agrobiodiversità’, aspetto che oggi, come si è visto, deve essere in parte recuperato e preservato.

Già Plinio negli scritti della sua monumentale Naturalis Historia ne elenca le varie qualità («elencava 39 tipi di pero e parlava di Pere Picentine, Pere Alessandrine, Pere Pompeiane per evidenziarne la provenienza»[43]) ma è soprattutto nel campo dell’illustrazione naturalistica e descrittiva che si possono ricavare preziose testimonianze sulla ricchezza e sulla moltitudine di varietà di pere esistite ed esistenti.

Ad esempio, per la realizzazione della sua monumentale opera Pomona italiana ossia trattato degli alberi fruttiferi, il botanico Giorgio Gallesio (1772-1839)[44] si rivolge a esperti pittori naturalisti per l’esecuzione di tavole iconografiche in accompagnamento al testo e, tra le tante, sicuramente salta all’occhio il cospicuo assortimento di rappresentazioni di pere della Penisola. Un altro nome da ricordare è quello di Bartolomeo Bimbi (1648-1729)[45], pittore attivo presso la corte medicea di Cosimo III, distintosi per aver rappresentato meticolosamente a grandezza naturale ogni genere di frutta, ortaggio, fiore e animale presente presso il Granducato di Toscana sul finire del XVII secolo. L’artista ci lascia un prezioso e attendibile repertorio della cultura ortofrutticola della sua epoca che dimostra, tra l’altro, uno spiccato interesse scientifico da parte della casata medicea. Nelle sue note “frutterie”, raffigurazioni di piatti o canestri di frutta, emerge un evidente desiderio di catalogazione espresso nelle descrizioni puntuali che corredano le specie rappresentate.  Si pensi, ad esempio, al cartellino posto in primo piano nell’opera Pere in cui, per ognuna delle molteplici varietà raffigurate, sono segnalati con accuratezza i periodi di maturazione. Infine, si può annoverare un ulteriore esempio piuttosto emblematico e dimostrativo dell’attenzione che da sempre viene riservata alle molteplici tipologie di pera. Nel trattato di pomologia Instruction pour les jardins fruitiers et potagers, scritto dal giardiniere del Re Sole, Jean-Baptiste de La Quintinie, si scopre, infatti, che quest’ultimo si era impegnato a selezionare ben cinquecento varietà differenti del frutto per poter garantire gusti sempre diversi al suo sovrano[46].
Percorrendo le sale espositive del Museo della Cattedrale, è facile che lo sguardo venga catturato dalle molteplici suggestioni visive che fanno capolino da ogni dove. Questo è un aspetto non indifferente: il legame emotivo che può instaurarsi con l’opera in qualità dei suoi valori estetici comporta nell’osservatore un certo coinvolgimento. Da sempre viene riconosciuta all’arte la capacità di far scaturire reazioni e l’alleanza tra arte e scienza proposta in questo percorso mira proprio a stimolare nel destinatario una forma di affezione, di legame emozionale nei confronti dell’opera, aspetto che può favorire l’interesse per i temi trattati e, di conseguenza, anche comportamenti di cura e di tutela.

Muovendomi al di fuori dei tradizionali confini settoriali e sondando il terreno dell’interdisciplinarietà, ho voluto sottolineare l’importanza di sperimentare e di proporre nuovi approcci nell’ambito della didattica museale. Se il mondo dell’arte rappresenta davvero, come io credo, una delle leve per affrontare il presente, allora questa mia proposta vuole essere uno stimolo per intrecciare sempre più il passato, con le sue infinite forme modellate dalle mani sapienti e creative degli uomini, con questi nostri giorni che ci chiamano con massima urgenza a nuove sfide, nella consapevolezza che l’interesse verso ciò che oggi appartiene alla storia si acuisce proprio in ragione dei problemi che siamo costretti a vivere in questa nostra contemporaneità. E per ripetere ancora una volta ciò che gli uomini forse hanno fatto da sempre: voltarsi indietro guardando alla propria storia, per essere capaci di rivolgere davanti a sé uno sguardo più avvertito e accorto, in vista di nuove strategie che in grado di far tesoro delle esperienze vissute da chi lo ha preceduto nell’accidentato cammino della vita.

Note

[1] Riguardo al ruolo dei musei nella società: M. E. Colombo, Musei e cultura digitale: fra narrativa, pratiche e testimonianze, Milano 2020, pp. 64-65.

[2] Sull’Agenda 2030 si veda: A. Bachiorri, M. Ferrari, Agenda 2030 a scuola: la scienza per lo sviluppo sostenibile, Bologna 2020, pp. 1-6.

[3] Sugli obiettivi 14 e 15 si veda: Ivi, pp. 150-162.

[4] Sul convegno di San Diego si veda l’articolo The origin of domestication genes in goats, in “Science Advances”, 20 maggio 2020, https://www.science.org/doi/10.1126/sciadv.aaz5216.

[5] R. Di Natale, D. Solazzo, La capra nell’allevamento famigliare, Verona 1991, p. 9.

[6] G. Sassu, B. G. Vigi (a cura di), Museo della Cattedrale di Ferrara, catalogo generale, Ferrara 2010, p. 83

[7] G. Sassu, B. G. Vigi, Il Maestro dei Mesi e il portale meridionale della cattedrale di Ferrara: ipotesi e confronti, Giornata di studi, venerdì 1 ottobre 2004, Ferrara 2007, p. 91.

[8] E. Bonatti, B. G. Vigi, Le formelle del Maestro dei mesi di Ferrara: storia, arte, cultura materiale: problemi di conservazione e restauro, Atti della giornata di studio, 29 settembre 2001, Ferrara 2002, p. 37.

[9] Per l’indagine delle valenze simboliche della capra nel corso dei secoli è fondamentale lo scritto di M. Corti, Tenera balia da latte o essere demoniaco? Un itinerario tra la simbologia, la mitologia e l’iconografia della capra, Atti del convegno Latte&Linguaggio (Milano, 2018), Ravenna 2019, pp. 53-96.

[10] Riguardo agli aspetti biologico-naturalistici della colomba: G. Boano et al., Columba livia forma domestica, entità invasiva aliena anche in Italia, “Rivista Italiana di Ornitologia”, Vol. 88 No. 2, 2018 

(Articolo consultabile in formato PDF sul sito della rivista: https://sisn.pagepress.org/rio ).

[11] Sull’Annunciazione del Tura si veda: Sassu, Vigi, Museo della Cattedrale cit., Ferrara 2010, p. 122.

[12] Sulla conceptio per aurem: D. Ardesi, Conceptio per aurem, tra cristianesimo e cabala, in L. Battistini et al. (a cura di), La letteratura italiana e le arti, Atti del XX Congresso dell’ADI (Napoli, 7-10 settembre 2016), Roma 2018.

[13] Sul culto della Grande Madre si veda: A. Cattabiani, Volario: simboli, miti e misteri degli esseri alati: uccelli, insetti, creature fantastiche, Milano 2000, pp. 314-315.

[14] Sulla simbologia cristica della colomba: Ivi, pp. 324-325.

[15] «Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio scendere come una colomba e venire su di lui». Cfr. Vangelo secondo Matteo 3, 16 in La Sacra Bibbia: edizione ufficiale della CEI, Roma 1974, p. 1001.

[16] Sui vari contesti figurativi in cui appare la colomba dello Spirito Santo: Cattabiani, Volario cit., p. 327; p. 329.

[17] Sulla colomba e il papato si veda: A. P. Bagliani, Il bestiario del papa, Torino 2016, pp. 8-9; pp. 14-17.

[18]  Su Noè e la colomba con il ramoscello d’ulivo: M. P. Ciccarese, Animali simbolici: alle origini del bestiario cristiano, Bologna 2002, p. 335.

[19] Su Picasso e le colombe della pace si veda: E. H. Gombrich, Freud e la psicologia dell’arte, Torino 2001, p. 46.

[20] Sui principi attivi e le proprietà della melagrana: F. Cossio et al., Coltivare il melograno: scelta delle varietà e gestione di un moderno frutteto da reddito, Verona 2020, pp. 109-113.

[21]  “Nutraceutica”: neologismo che unisce insieme i termini “nutrizione” e “farmaceutica”.

Sull’importanza della biodiversità in campo nutraceutico si veda il sito ufficiale dell’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale): https://www.isprambiente.gov.it/it/attivita/biodiversita/le-domande-piu-frequenti-sulla-biodiversita/perche-e-importante-la-biodiversita.

[22] Sulla Madonna della melagrana: Sassu, Vigi, Museo della Cattedrale cit., pp. 95-96.

[23] Sulla melagrana in età arcaica e greco-romana: A. Cattabiani, Florario: miti, leggende e simboli di fiori e piante, Milano 1996, p. 327.

[24] Sull’usanza dell’antica Roma: Ivi, p. 331.

[25] Sul mito di Persefone/Proserpina: Ivi, pp. 330-331.

[26] «paese di frumento, di orzo, di viti, di fichi e di melograni; paese di ulivi, di olio e di miele», cfr. Deuteronomio 8, 8 in La Sacra Bibbia cit.,  p. 161.

[27] Sugli episodi biblici di Aronne e Salomone si veda: Cattabiani, Florario cit., p. 332.

[28] Ibidem.

[29] efod: «Paramento sacro dell’antico culto ebraico, costituito da due parti di stoffa unite sulle spalle, che soltanto il gran sacerdote aveva il diritto di portare». Cfr. Treccani Enciclopedia online: https://www.treccani.it/enciclopedia/efod/.

[30] Sulla melagrana come simbolo della Chiesa: L. Impelluso, La natura e i suoi simboli: piante, fiori e animali, Milano 2003, p. 145.

[31] Cattabiani, Florario cit., p. 334.

[32] Per l’opera di Dalì: J. Dawn Ades (a cura di), Dalì: la retrospettiva del centenario, Milano 2004, p. 334.

[33] Ibidem.

[34] Ibidem.

[35] Con il termine “agrobiodiversità” ci si riferisce alla «ricchezza di varietà, razze, forme di vita e genotipi, nonché la presenza di diverse tipologie di habitat, di elementi strutturali (siepi, stagni, rocce, ecc.), di colture agrarie e modalità di gestione del paesaggio». Cfr. N. Biscotti et al., Frutti dimenticati. Il germoplasma frutticolo e viticolo delle agricolture tradizionali italiane. Casi studio: Puglia, Emilia Romagna, Roma 2010, p. 16.

[36] Con il termine “frutti antichi” si indicano i frutti che risalgono ad almeno due o tre generazioni precedenti, da tutelare e valorizzare per contrastarne la scomparsa e quindi la perdita di uno straordinario patrimonio di tradizioni. Sul tema è fondamentale lo scritto di Biscotti et al., Frutti dimenticati cit., pp. 7-55.

[37] Per le informazioni sull’opera Raccolta della frutta (Gemello che si arrampica sul pero) e Cancro: Sassu, Vigi, Museo della Cattedrale cit., p. 60.

[38]  Bonatti, Vigi, Le formelle cit., p. 29.

[39]  Ibidem.

[40] Sassu, Vigi, Museo della Cattedrale cit., p. 122.

[41]  Sugli arazzi conservati al Museo della Cattedrale si veda: Ivi, cit., p. 134; p. 138.

[42] Sull’impiego della pera in ambito figurativo si veda: Impelluso, La natura e i suoi simboli cit., p. 154; Cattabiani, Florario cit., p. 367.

[43] Biscotti et al., Frutti dimenticati. cit., p. 13.

[44] Per l’opera di Gallesio si veda: Ibidem.

[45] Su Bartolomeo Bimbi: Ibidem.; S. Zuffi (a cura di), La natura morta: la storia, gli sviluppi internazionali, i capolavori, Milano 1999, p. 85.

[46]  Per il consumo di pere presso la corte del Re Sole si veda: M. Montanari, La golosa passione del Re Sole, 4 febbraio 2007, in «La Repubblica», https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2007/02/04/la-golosa-passione-del-re-sole.html