Una proposta per la provenienza della Madonna col Bambino e due donatori di Domenico Panetti: fonti storiche e tracce devozionali

Pubblicato su “MuseoinVita” | 13 | 2024


Se il legame del dipinto con la famiglia estense è dichiarato da diversi elementi, primo tra tutti la granata emblema personale di Alfonso d’Este fin dalla più tenera età, anche la presenza dei frati Gesuati sulla sinistra della pala è indiziaria di un collegamento con gli Este. La devozione dell’intera casata per i Gesuati, per l’oratorio di San Girolamo, sua sede ferrarese[1], e soprattutto per Giovanni Tavelli, priore dei Gesuati di Ferrara e dal 1431 vescovo della città fino alla morte in odore di santità, sopravvenuta nel 1446, è ben nota e già attestata da una molteplicità di testimonianze coeve. Tra i motivi che certamente convinsero il religiosissimo Ercole a sostenere la congregazione gesuata e la chiesa di San Girolamo concorse una ragione del tutto personale – il duca fu elevato al fonte battesimale il 26 gennaio 1432 proprio dal vescovo Tavelli – oltre che l’insperata guarigione del fratello Rinaldo da una dolorosissima infermità di calcolosi renale attribuita appunto al miracoloso intervento del beato[2].

Dell’estrema generosità della famiglia estense, e di Ercole I in particolare, verso i Gesuati fa fede la più tarda testimonianza di Guarini che nel 1621 definiva la chiesa «ricca di buone rendite» grazie ai «donativi fattigli dalla Serenissima Famiglia Estense, ed in particolare dalla eterna, e santa memoria del Duca Hercole Primo»[3].

Il duca estense, affiancato a sinistra da alcuni personaggi tra cui forse il primogenito Alfonso, erede al ducato, è raffigurato nella miniatura attribuita al Maestro del Plinio di Pico che apre il codice membranaceo Beati Joannis Tosignani Episcopi ferrariensis vita[4]. Dalle mani di un frate gesuato, Ercole riceve il codice contenente la Vita e i miracoli del Tavelli, composto proprio nel momento in cui, in virtù dell’imminente matrimonio tra Alfonso d’Este e Lucrezia Borgia, figlia del papa[5], celebrato a Roma nel dicembre 1501 e a Ferrara nel febbraio successivo, e grazie alla presenza del cardinale Ippolito I, fratello minore di Alfonso, alla corte pontificia si auspicava di ottenere la canonizzazione del Tavelli[6], che invece non proseguì a causa, principalmente, della morte del duca nel gennaio 1505[7].
Oltre che a Ferrara, il favore accordato dagli Este si manifesta anche nella Milano sforzesca, di cui dal 1498 è vescovo il cardinale Ippolito di Milano, accolto il 6 marzo 1498 da una solenne processione aperta proprio dai Gesuati, forti della benevolenza riservata loro da Francesco e Ludovico Sforza, la cui generosità nei confronti del cenobio di San Girolamo fuori Porta Vercellina è ben nota[8].

Tra le numerose attestazioni della devozione dei ferraresi nei confronti del Tavelli, e della conseguente generosità nei confronti dell’oratorio di San Girolamo, va registrata quella della famiglia Prosperi.

Ridotto ad appena tre anni in fin di vita da una grave infermità, il futuro segretario ducale Bernardino guarì miracolosamente grazie alle preghiere rivolte al Tavelli dalla madre che promise, in segno di ringraziamento, di appendere alla tomba del beato «una statua di cera tanto pesante, quanto lo era il […] figliuolo»[9]. Particolarmente attivi nell’assistenza ai malati e nella coltivazione di erbe dalle proprietà curative[10], i Gesuati o «capuzoli», come spesso venivano chiamati per via del loro abito grigio con cappuccio[11], vivevano di elemosina ed erano una presenza abituale per le vie e le strade ferraresi e nelle varie processioni liturgiche[12]. La loro comparsa nel dipinto di Panetti (Fig. 1) – rara inserzione di frati gesuati nella pittura del Cinquecento ferrarese – potrebbe essere indiziaria della collocazione originaria della tavola nell’oratorio di San Girolamo.

Fig. 1 – D. Panetti, Madonna col Bambino e due donatori (part.), Museo della Cattedrale, Ferrara

L’ipotesi, benché plausibile e più volte avanzata anche nei contributi più recenti[13], non trova al momento inoppugnabili riscontri documentari. Non si hanno infatti testimonianze sulla pala prima della sua comparsa in cattedrale e tutti gli sforzi prodotti per rintracciarla in San Girolamo (o eventualmente in altra sede) non hanno fino ad ora prodotto risultati. Il quadro non è menzionato nel Compendio di Guarini del 1621[14], che pure segnala la presenza nell’oratorio di altri dipinti, tra cui all’altare maggiore la pala di Garofalo con l’Adorazione del Bambino, Vergine e angeli con i simboli della Passione oggi a Dresda[15] e un affresco oggi scomparso del Dielaì raffigurante un’Annunciazione «pregiata molto»[16]. A proposito degli affreschi (oggi perduti) con «gli atti più memorabili» della vita del Tavelli presenti alle pareti della chiesa, Brisighella riporta – come altre fonti ferraresi – la notizia che furono realizzati dal gesuato fra Benedetto da Brescia.

Nell’annotare il manoscritto di Brisighella, Baruffaldi riporta che secondo “altri” gli affreschi erano «opera di Domenico Panetti», unica labile traccia nelle fonti più antiche di un ricordo della presenza di opere del pittore all’interno della chiesa[17].

Alla soppressione dell’ordine dei Gesuati voluta da papa Clemente IX nel 1668, chiesa e convento di San Girolamo furono ceduti ai Carmelitani scalzi di santa Teresa che ampliarono in lunghezza l’antico oratorio costruendovi tre altari nel 1676, per poi cominciare a edificare nel 1696 l’attuale chiesa, ultimata nel 1712. Entro questo lasso di tempo (indicativamente, dalla soppressione dell’ordine all’edificazione della nuova chiesa) potrebbe essere avvenuto il trasferimento della pala in cattedrale, tenendo anche conto delle radicali trasformazioni subite dal duomo stesso all’inizio del Settecento. Le prime sicure menzioni del quadro sono infatti settecentesche. Girolamo Baruffaldi lo dice provenire da un qualche altare della cattedrale, per molti anni poi «appeso nella vecchia sagrestia dove in oggi è il coro invernale (Fig. 2), ed ora sta nella sagrestia maggiore capitolare»[18].

Fig. 2 – Ferrara, Fototeca dei Musei d’Arte Antica, Ferrara, Campanile e sagrestia della Cattedrale di Ferrara, 1912 (data dello scatto), Fondo Ufficio Centro Storico, lastra in vetro n. 34 (da stampa Alinari del 1912)

Scalabrini, descrivendo la tavola «colla B. Vergine sedente in trono con un gran Paese, e diverse figurine, fra le quali un Card. genuflesso, un Canonico, e due Frati Gesuati» visibile nella «prima Sagrestia […] nel fondo della gran Torre delle Campane ad uso de’ Mansionari, e Cappellani Beneficiati», dichiara che era originariamente una «Pala d’Altare nell’antica Basilica, opera di Domenico Panetti Pittor Ferrarese, che vi dipinse in greco il principio del Magnificat, e dell’Ave Maria»[19]. Non menzionato da Brisighella, il dipinto viene regolarmente citato nella sagrestia dei mansionari o dei beneficiati alla base del campanile da tutte le fonti successive, solitamente concordi nel lodarne il paesaggio e nel rilevare la peculiarità delle “figurine” dei due personaggi ai lati del trono, «piccioli di statura a proporzione dell’immagine della Madonna», con ogni probabilità i donatori del dipinto stesso, quello di destra identificato come un cardinale per via del berretto rosso che stringe tra le mani[20].
All’inizio del Novecento, quando ancora è collocato nella sagrestia dei mansionari, il dipinto – «cosa saporosissima» secondo il giudizio di Zaccarini[21]– accusa uno stato conservativo evidentemente non ottimale: per Reggiani la Madonna del Panetti «è graziosa sebbene annerita»[22], «solenne, ma assai deteriorata» secondo l’Indicatore Ferrarese del 1935[23]. Nessuna delle fonti esaminate è in grado di avanzare plausibile ipotesi circa i due devoti inginocchiati ai lati del trono, eccezion fatta per la generica identificazione dell’uomo di destra in un cardinale e del devoto a sinistra in lunga veste nera (Fig. 3) con un canonico [24], entrambi probabilmente da rintracciare negli eruditi ambienti intorno alla corte e allo Studio ferrarese, come le non comuni iscrizioni in greco autorizzano a ipotizzare.

Fig. 3 – D. Panetti, Madonna col Bambino e due donatori (part.), Museo della Cattedrale, Ferrara

La recente proposta di identificare il personaggio di sinistra, forse un professore universitario vista la lunga veste nera, nell’umanista carmelitano Giovan Battista Panetti, molto vicino agli Este, grande conoscitore del greco e titolare della cattedra di teologia cattedra di teologia nella scuola dei carmelitani e di decano dello Studio ferrarese per diversi anni[25], forse legato da vincoli di parentela con lo stesso pittore Domenico, benché suggestiva, non trova per ora conforto documentario[26]. Altrettanto vana, per ora, la ricerca del nome da attribuire al porporato alla destra della Vergine che non è – come sarebbe stato logico supporre – Ippolito I d’Este, cardinale dal 1493, vescovo di Ferrara dal 1503, braccio destro del fratello Alfonso e uomo di profonda devozione mariana, la cui fisionomia trasmessaci da medaglie e dipinti (Fig. 4) non è in alcun modo riconducibile al profilo dal naso adunco del prelato ritratto da Panetti[27].

Fig. 4 – Bartolomeo Veneto, Ritratto di Ippolito I d’Este, già collezione Benini, Venezia

La storia più antica della pala, dunque, certo da collocare nel fervido clima di devozione mariana che si respira a Ferrara tra la fine del XV e l’inizio del XVI secolo e di misticismo innescato dall’arrivo a Ferrara nel 1499 della domenicana Lucia Brocadelli da Narni, presunta stigmatizzata e subito venerata come santa dalla popolazione[28], rimane necessariamente aperta.

 

Note

[1] Sulle vicende del complesso di San Girolamo, dall’iniziale e modesto insediamento dei Gesuati di inizio Quattrocento ai successivi ampliamenti, fino alle trasformazioni tra Sei e Settecento, quando la chiesa passò ai Carmelitani scalzi di santa Teresa, si veda F. Scafuri, Il convento che profumava di rose e la chiesa del Settecento, in G. Sassu, F. Scafuri, Le chiese di Ferrara. Storia, arte e fede, Ferrara 2013, pp. 101-104.

[2] Rinaldo d’Este promise di erigere una statua del Tavelli «in voto al di lui sepolcro» (F. di S. Lorenzo, Storia del beato Giovanni Tavelli detto da Tossignano, prima religioso gesuato poi vescovo cinquantesimo di Ferrara, Mantova 1753, p. 87).

[3] M. Guarini, Compendio historico dell’origine, accrescimento, e Prerogatiue delle Chiese, e Luoghi Pij della Città, e Diocesi di Ferrara, e delle memorie di que’ Personaggi di pregio, che in esse son sepelliti, Ferrara 1621, pp. 328-329. Lasciti ai Gesuati sono previsti anche nel testamento, rogato il 4 febbraio 1598, di Lucrezia d’Este, duchessa di Urbino: cfr. M. Menegatti, Documenti per la storia dei camerini di Alfonso I (1471-1634). Regesto generale, in A. Ballarin, Il camerino delle pitture di Alfonso I d’Este, III, Cittadella 2002, pp. 263-264.

[4] Ferrara, Biblioteca Comunale Ariostea, Vita Beati Ioannis Tosignani Episcopi ferrariensis, ms Cl. I 306. Sul codice si vedano: G. Ferraresi, Il Beato Giovanni Tavelli da Tossignano e la riforma di Ferrara nel Quattrocento, IV, Brescia 1969, pp. 42-44; e <http://ww3.comune.fe.it/biblio/codici_new/tossignano/catalogazione.html>. Sulla miniatura di c. 1 si rimanda a H.J. Hermann, La miniatura estense, Modena 1994, pp. 146, 188, 200-201, nn. 126-127; M. Bonazza, “Frammenti” di biblioteche nella Ferrara di Lucrezia Borgia: note sulla circolazione libraria tra i secoli XV e XVI, in A. Farinelli Toselli (a cura di), Lucrezia Borgia a Ferrara. Testimonianze librarie e documentarie di un mito, Ferrara 2002, pp. 28, 72. L’identificazione di Alfonso con il personaggio vestito di nero deve ritenersi dubbia, sia per l’abito più consono a un ecclesiastico, che per la fisionomia difficilmente confrontabile per esempio con le fattezze del giovane principe nel pressoché contemporaneo dipinto di anonimo autore ferrarese della Pinacoteca di Ferrara raffigurante Santa Caterina da Siena incoronata da Dio Padre tra le nubi; sotto papa Pio II, Ercole I, alcune monache e Alfonso I d’Este (1501-1502 ca.); sul dipinto si veda la scheda di A. Pattanaro, in J. Bentini (a cura di), La Pinacoteca Nazionale di Ferrara. Catalogo generale, Bologna 1992, pp. 179-180, n. 212.

[5] Alessandro VI Borgia aveva del resto già dimostrato buona disposizione d’animo verso i Gesuati, concedendo loro con la bolla del 1499 di chiamarsi «gesuati di San Girolamo».

[6] Alle cc. 48v-49r è riportata la miracolosa guarigione di Rinaldo d’Este. Il riferimento alle nozze Este-Borgia e a Ippolito I è a c. 4r. Cardinale dal 1493, Ippolito ebbe un ruolo di fondamentale importanza nelle trattative che portarono al matrimonio tra il primogenito ducale e la figlia del papa e trascorse lunghi mesi alla corte pontificia tra il 1501 e il 1503: cfr. M. Menegatti, Ippolito I d’Este dedicatario della prima edizione del Furioso, in I voli dell’Ariosto. L’Orlando furioso e le arti, cat. della mostra a cura di M. Cogotti et al., (Tivoli, Villa d’Este, 15 giugno-30 ottobre 2016), Milano 2016, p. 28. La granata svampante sulle candelabre del trono della Vergine potrebbe voler rimarcare l’importanza di quel matrimonio non solo ai fini della causa di beatificazione del Tavelli, ma anche per la stessa famiglia regnante che per l’occasione ottenne dal pontefice l’investitura del ducato per la discendenza maschile di Alfonso e della Borgia (M. Menegatti, Cronistoria biografica di Alfonso I d’Este, in V. Farinella, Alfonso I d’Este, le immagini e il potere. Da Ercole de’ Roberti a Michelangelo, Milano 2014, pp. 750-751, con bibliografia precedente).

[7] Ferraresi, Il Beato Giovanni Tavelli da Tossignano cit., pp. 375-376.

[8] E. Rossetti, Giudizi universali. Reti devozionali e tensioni escatologiche attorno ai gesuati milanesi, in I. Gagliardi (a cura di), Le vestigia dei gesuati. L’eredità culturale del Colombini e dei suoi seguaci, Firenze 2020, pp. 189-225, in particolare p. 195, con ampia bibliografia precedente.

[9] Di S. Lorenzo, Storia del beato Giovanni Tavelli cit., p. 88; Ferraresi, Il Beato Giovanni Tavelli da Tossignano cit., p. 405.

[10] Si veda F. Scafuri, Semplici e botanici nella Ferrara del XVI secolo tra venustas e utilitas, in De Humanitate Sanctae Annae (a cura di), Spezieria ferrarese. L’arte degli speziali e i giardini dei semplici, Ferrara 2016, pp. 110-124.

[11] I Gesuati, ordine pauperistico, portavano anche la bisaccia sulle spalle: cfr. G. Ferraresi, Le visite pastorali del beato Tavelli vescovo di Ferrara, Ferrara 2000, pp. 16, 72 e, sulla complessa vicenda dell’abito, F.  Franchella, Post Herculem. Vita, opere e fortuna critica di Domenico Panetti, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Ferrara, 2023, pp. 40-41.

[12] Si veda ad esempio la lettera di Battista Stabellini a Isabella d’Este del 23 marzo 1531 a proposito della processione aperta dai frati «de lo gesuati, o di santo hieronymo, che dician noi de Capuzoli» che aveva sfilato per le vie della città con l’invito a raccogliere denari per organizzare una prossima crociata (B. Fontana, Renata di Francia, duchessa di Ferrara. Sui documenti dell’Archivio Estense, del Mediceo, del Gonzaga e dell’Archivio Secreto Vaticano (1510-1536), I, Roma 1889, pp. 156-157).

[13] F. Bisogni, Un problema ferrarese, “Paragone”, XXXIII, 1972, pp. 69-79, in particolare p. 78 nota 7; M. Torboli, Due Madonne da restauro, “la Voce di Ferrara Comacchio”, 24 giugno 2022, p. 14; Franchella, Post Herculem cit., pp. 40-45; L. Scanu, Metamorfosi padane. Iconografie e trasformazioni paesaggistiche ferraresi nella letteratura e nei dipinti tra XVI e XVII secolo, in Beyond the gaze: Interpreting and understanding the city. Oltre lo sguardo. Interpretare e comprendere la città. 11th AISU Congress (Ferrara, settembre 2023), atti del convegno, in corso di stampa.

[14] Guarini, Compendio historico cit., pp. 327-329.

[15] Rossetti, Giudizi universali cit., p. 219; sul dipinto di Garofalo, datato 1517 e ritenuto da Vasari «bellissimo», cfr. A. Oberer, G.J.M. Weber, in Il Trionfo di Bacco. Capolavori della scuola ferrarese a Dresda, cat. della mostra a cura di G.J.M. Weber (Ferrara, Castello Estense, 6 ottobre 2002-19 gennaio 2003; Dresda, Residenzschloss, 15 febbraio 2003-18 maggio 2003), Torino 2002, pp. 104-106, n. 12, con bibliografia precedente.

[16] Guarini, Compendio historico cit., p. 329. Brisighella annota anche la presenza di un Padre Eterno, pure affrescato, attribuito a Dielaì oggi scomparso (C. Brisighella, Descrizione delle pitture e sculture della città di Ferrara (sec. XVIII), Prima edizione a stampa, XIV, a cura di M.A. Novelli, Ferrara 1991, p. 408).

[17] Brisighella, Descrizione delle pitture e sculture cit., p. 409. Registrati anche da Guarini (Guarini, Compendio historico cit., p. 328) senza indicazione dell’autore, gli affreschi furono eseguiti nel 1571 dal gesuato Benedetto da Brescia per volere del priore Ludovico Campi (Ferraresi, Il Beato Giovanni Tavelli da Tossignano cit., pp. 428-429). L’affermazione di Baruffaldi, inesatta, va comunque considerata come possibile traccia, all’altezza del XVIII secolo, di un più lontano ricordo dell’attività di Panetti nella chiesa.

[18] G. Baruffaldi, Vite de’ pittori e scultori ferraresi, I, Ferrara 1844, p. 183. Sulla sagrestia quattrocentesca in cui, a detta di Baruffaldi, il dipinto di Panetti era stato a lungo appeso – profondamente trasformata nel 1703 e adibita a coro invernale – distrutta da un bombardamento nel 1944 si veda M. Toffanello, La Sagrestia Nuova della Cattedrale di Ferrara (1431-1451): una ricostruzione attraverso i documenti, in F. Cazzola et al. (a cura di), Memoria di Adriano. Studi in onore del maestro Franceschini nel centenario della nascita (1920-2005), Deputazione provinciale ferrarese di storia patria «Atti e memorie», s. V, vol. II, Ferrara 2022, pp. 655-679.

[19] G. A. Scalabrini, Memorie istoriche delle chiese di Ferrara, Ferrara 1773, pp. 11-12.

[20] G. Boschini, in Baruffaldi, Vite de’ pittori e scultori cit., nota 1 di p. 184; L.N. Cittadella, Guida pel forestiero in Ferrara, Ferrara 1873, p. 50; C. Laderchi, Memorie per la storia di Ferrara raccolte da Antonio Frizzi con giunte e note […]. Volume v. Postumo ed ultimo, Ferrara 1848, p. 353; Venturi, L’arte ferrarese cit., p. 406; T. Gsell-Fels, Ober-Italien, Leipzig 1884, col. 1119 (in cui è curiosamente riportata per il dipinto la data 1485); G. Gruyer, L’Art ferrarais à l’epoque des Princes d’Este, I, Paris 1897, pp. 294-295. I giudizi sulla pala non sono particolarmente generosi: nonostante ritenga di buona qualità il paesaggio e le figure dei devoti, Boschini giudica lo stile «piuttosto meschino», Laderchi afferma che il quadro è «debole lavoro». La rivalutazione dell’opera inizia con Gruyer che vi coglie influssi veneziani per la parte paesaggistica e di Boccaccino nei volti dei personaggi.

[21] D. Zaccarini, Passeggiate artistiche attraverso Ferrara. Cattedrale, Casa Romei, Addizione Erculea, Cremona 1918, p. 22.

[22] G.G. Reggiani, Guida artistica di Ferrara e dintorni, Ferrara 1908, p. 9.

[23] M. Calura, Il Duomo di Ferrara, “L’indicatore ferrarese. Almanacco annuario guida di Ferrara e Provincia”, III, Ferrara 1935 [XIII], p. 32. La testimonianza di Calura, che dedica ampio spazio anche alle collezioni del Museo della Cattedrale di recentissima istituzione, permette di posticipare di qualche anno l’ingresso della pala nel Museo stesso, solitamente individuato nel 1929 (vedi M. Lucco, Madonna col Bambino e due donatori, in B. G. Vigi, G. Sassu (a cura di), Museo della Cattedrale di Ferrara. Catalogo generale, Ferrara 2010, pp. 126-127.

[24] Baruffaldi, Vite de’ pittori e scultori cit., p. 183.

[25] Sul frate si veda C. Mezzetti, Panetti, Giovan Battista, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 80, Roma 2014, pp. 759-760.

[26] Franchella, Post Herculem cit., pp. 42-45.

[27] Sul cardinale estense si veda Menegatti, Ippolito I d’Este cit.; cenni sulla sua spiritualità, nonostante le molte ombre del personaggio, in T. Herzig, Christ Transformed into a Virgin Woman, Roma 2013, ad indicem. Il giovanissimo cardinale è dedicatario del Liber de ingenuis puerorum et adolescentium moribus in latino composto nel 1496 dal minorita Pietro Pelagatti o Palagarius da Trani, vescovo di Lavello e coadiutore dei vescovi di Ferrara Giovanni Borgia e Ippolito d’Este, addottoratosi in teologia a Ferrara nel 1466, legatissimo agli Este e morto nel 1505 (T. Lombardi, I francescani a Ferrara. Il convento e la chiesa di San Francesco dei frati minori conventuali, Bologna 1974, pp. 127-130), che si apre con un’immagine della Vergine stante, in atto di allattare il Bambino e l’iscrizione «ave maris stella». Sui ritratti di Ippolito, cfr. M. Dorigatti, «Donno Hippolyto da Este». Il vero volto del dedicatario del «Furioso», in C. Zampese (a cura di), Di donne e cavallier: Intorno al primo Furioso, Milano 2018, pp. 17-48.

[28] Sull’arrivo di suor Lucia, professa a Viterbo, fortemente voluto da Ercole I che per lei fece erigere “a furia” un nuovo monastero, poi intitolato a santa Caterina da Siena, completato nel 1501, cfr. Menegatti, Cronistoria biografica cit., p. 746, con bibliografia precedente. Vedi anche Herzig, Christ Transformed cit., p. 166 per l’operato di Ippolito d’Este a favore della Brocadelli. Nel 1502 arrivarono a Ferrara, portate da Lucrezia Borgia, alcune consorelle di Lucia.